Come nasce la prima casa famiglia?

La prima Casa Famiglia si chiamava “Casa Betania” di Coriano (Rn) ed è stata aperta nel 1973 dopo l’incontro con adulti con problemi psichici in stato di abbandono per “dare una famiglia a chi non l’ha”.

Perchè la Casa Famiglia APG23 è unica?

Gli elementi che le rendono uniche e le distinguono da altre strutture di accoglienza sono:

  1. La presenza costante della coppia che vive a tempo pieno con i propri figli. La Casa Famiglia unisce quindi il bello del valore della Famiglia che accoglie, insieme alla competenza e la professionalità degli educatori, in quanto i papà e le mamme di Casa Famiglia AP23 sono formate continuamente
  2. La complementarietà delle accoglienze: nella Casa Famiglia APG23 vengono accolti minori e adulti, storie e problematiche diverse. Ogni componente della Casa Famiglia porta la sua storia e la sua ricchezza a tutti gli altri.
  3. La condivisione diretta come modello educativo di riferimento. Attraverso la scelta della condivisione diretta e quotidiana, nelle Case Famiglia APG23 si realizzano legami che tolgono alla radice l’emarginazione, la solitudine e l’abbandono. Ciascuno si sente importante ed utile per gli altri e viene stimolato ad avere a cuore tutti e ciascuno.
  4. La rete associativa. La Casa Famiglia APG23 fa parte integrante della Comunità Papa Giovanni XXIII che si esprime attraverso modalità diverse di vita: famiglie aperte all’accoglienza, Case Famiglia, cooperative, centri diurni, che permettono di dare risposte diversificate e integrate tra loro ai bisogni delle persone accolte e che si alimentano da una scelta di fede.

Chi vive in Casa Famiglia?

La Casa Famiglia richiama in tutto e per tutto il modello di famiglia.
Il fondamento sono le due figure genitoriali, babbo e mamma, che scelgono di condividere la propria vita in modo stabile, continuativo, definitivo, oblativo con le persone accolte provenienti dalle situazioni di disagio più diverse.  La casa famiglia accoglie tutti senza distinzione di età o situazione di provenienza. La relazione significativa e individualizzata con la figura paterna e materna e le relazioni che nascono fra le persone accolte creano l’ambiente terapeutico che lenisce e cura le ferite, che rigenera nell’amore, che riaccende la speranza nella vita. Nelle Casa Famiglia, oltre alle figure genitoriali, possono esserci anche altre figure che aiutano e collaborano in vari modi: ragazzi in Servizio Civile Volontario, tirocinanti da scuole ed Università, associati in periodo di verifica vocazionale, volontari motivati, sacerdoti e consacrati, associazioni e altri.

Quale è il quadro normativo in Italia sulle Case Famiglia?

La riforma del Titolo 5 della Costituzione del 1998 ha fatto sì che la materia socio assistenziale fosse di competenza delle Regioni. Così ogni Regione, in una cornice quadro molto ampia, ha deliberato requisiti e parametri diversi per riconoscere le strutture socio assistenziali, come la Casa Famiglia.
La Comunità Papa Giovanni XXIII rivendica la qualità e l’efficacia dell’impostazione della propria Casa Famiglia perché non si basa sull’affermazione del buonismo del singolo, ma si tratta di una sfida vera e propria portata all’Ente pubblico, che si può fare accoglienza secondo canoni diversi da quelli ‘classici’. Si può cioè essere un presidio socio assistenziale che risponda agli standard e ai requisiti di qualsiasi presidio ma con le caratteristiche e l’impostazione della Casa Famiglia che riunisce in sé in maniera dinamica sia tutto ciò che è professionale ed educativo, sia il tipico lavoro affettivo di cura che viene fatto in una famiglia.

Piemonte.
Vi è il riconoscimento della tipologia Casa Famiglia Multiutenza complementare (CFMC) post L 328/2000 attraverso DGR 10-11729 /2009. La definizione è buona e riconosce l’identità, ma pone delle restrizioni rispetto alla precedente DGR 24- 23032/1993. Offre sia la possibilità di autorizzazione che di accreditamento. Resta aperta la problematica dei titoli di studio con la cancellazione del corso ad hoc.

Lombardia.
Non è riconosciuta la tipologia della nostra CFMC; esiste la tipologia della Comunità Familiare (DGR VII 20762 del 2005) molto vicina alla impostazione Apg23, ma è comunque impostata sulla suddivisione per patologia. La riorganizzazione post L 328/00 con la LR 3/2008 offre la possibilità della sperimentazione e sono state presentate le richieste in tal senso.

Veneto.
Vi è stato il riconoscimento della tipologia CFMC sia ante che post L 328/00. Il primo provvedimento era maggiormente favorevole, stante la definizione stringata e succinta. La definizione portata poi dalla DGR 84/2007 offre sia la possibilità dell’autorizzazione al funzionamento che quella dell’accreditamento. E’ una buona definizione.

Trentino Alto Adige.
C’è la suddivisione per patologie/problematicità e non riconosce la CFMC. Vi è la definizione di Comunità familiare per minori molto vicina, ma non ammette adulti. Dopo una prima fase di dialogo coi Funzionari Dirigenti per la sperimentazione, c’è stata una battuta d’arresto. Da pochi giorni è ripartito il dialogo direttamente con l’Assessore provinciale.

Friuli Venezia Giulia.
Non vi è nessun riconoscimento della nostra CFMC. Ci sono stati contatti e le nostre CF sono segnalate nei censimenti sia dell’Istat regionale che del Tribunale dei Minori. I contatti avuti sono sempre stati difficili ed improntati alla negazione di qualsiasi confronto fino a settembre 2009. Lo spettro dei malati psichiatrici condiziona il concetto di accettare la multiutenza. Vige la LR n.06/2006 . Ad ottobre 2009 siamo stati convocati per un incontro conoscitivo in cui abbiamo presentato  la nostra identità ad alcuni funzionari apparentemente attenti e disponibili. Da allora tutto tace.

Emilia Romagna.
Vi è stato il riconoscimento della nostra tipologia sia ante che post 328/00. Il primo provvedimento (DGR 560/91) era maggiormente favorevole, stante la definizione stringata e succinta. Vi è stata poi la definizione portata dalla DGR 564/00 molto favorevole, che però non apriva all’accreditamento. La definizione successiva portata dalla DGR 846/07 era maggiormente restrittiva; offriva sia la possibilità dell’autorizzazione al funzionamento che quella dell’accreditamento. Una recente norma, la DGR 1904/2011 ha riproposto l’impostazione della precedente allargando i parametri del rapporto operatori utenti e numero massimo di minori presenti sommando sia i figli generati che quelli rigenerati. Riconosce la figura di adulto accogliente in Casa Famiglia con percorsi formativi specifici.

Liguria.
Vi è la possibilità di riconoscimento della tipologia simil CFMC con la LR 12/2006 che la classifica tra le strutture che necessitano della “comunicazione d’inizio attività”. Si attende il Regolamento per capire se sarà favorevole oppure restrittivo.

Marche.
Vi è stato il riconoscimento della tipologia CFMC post L 328/00. la materia è disciplinata dalla LR 22/02 e relativo regolamento che prevede sia la Comunità Familiare molto simile alla definizione da noi proposta, che la Casa Famiglia, anch’essa molto simile ma con figure che abbiano il titolo di educatore.

Toscana.
Sia le norme ante che post L 328/00 non prevedono la nostra tipologia, che in passato è stata persino osteggiata producendo l’attuale LR 41/2005. Ci sono stati tantissimi contatti che però non hanno sortito effetto fino al 2006. È stata accolta la richiesta di sperimentazione ed è attualmente in corso in forza di Decreto Regionale n. 355/2009 e successive proroghe fino a dicembre 2014 su 13 Case Famiglia.

Umbria.
Non vi è nessun riconoscimento della CFMC. Ci sono stati contatti, ma non si è concluso niente vista anche l’esiguità
della nostra presenza. Siamo stati comunque coinvolti in uno studio voluto dalla Regione tendente a definire gli standard per l’accreditamento. C’è la percezione di una sorta di diffidenza verso gli enti religiosi che sul territorio gestiscono molte strutture riciclate dopo la riforma della 328/00.

Lazio.
Non vi è nessun riconoscimento della nostra CFMC. Vi è la tipologia Casa Famiglia (LR 41/2003 e relativo regolamento), ma sempre dentro la suddivisione per patologia. La Regione chiede espressamente che chi accoglie adulti autodichiari di non accogliere i minori. Ci sono stati contatti in tutti questi anni che hanno portato a chiedere la sperimentazione, che non è ammessa dalla normativa. Su nostra pressione sono stati approntati gli strumenti per rendere possibile la sperimentazione, ma si attende ancora la loro approvazione.

Puglia.
Vi è la contraddizione di una legge regionale (LR 19/2006) che classifica la tipologia CFMC famiglia tra i Servizi (una
sorta di serie “B”) riconoscendo la multiutenza e le figure genitoriali; ma poi il regolamento esclude l’accoglienza degli adulti vincolando solo ai minori. Un incontro in Regione ha indicato la sperimentazione come via fattibile per risolvere il problema. L’istanza è stata inoltrata, ma non si hanno notizie. Si stà facendo pressing per incontrare il Presidente della regione per sollecitare la tematica.

Calabria.
Dopo lunga trattativa e svariati incontri, siamo rimasti esclusi da qualsiasi ipotesi di riconoscimento. La LR non definisce e non esclude e si attende il regolamento. Al momento però le competenze sono passate ai Comuni singoli e la Regione non ha più nessun potere. La tanto manifestata volontà di riconoscerci non ha prodotto nulla e quindi noi siamo riconosciuti come presidi ma considerati come famiglie affidatarie.

Sicilia.
Non vi è nessun riconoscimento della nostra CFMC. Ci sono stati tantissimi contatti ma non si è mai riusciti ad centrare l’obiettivo, anche perché sono cambiati spesso gli interlocutori (Assessori e Dirigenti). Vi è la definizione di Casa Famiglia ma solo per i minori. Siamo arrivati anche qui a inoltrare la richiesta di sperimentazione. La regione ha costituito un tavolo di consultazione per la revisione degli standard, siamo stati convocati per una audizione ed attendiamo gli sviluppi.

Sardegna.
Non vi è nessun riconoscimento della nostra CFMC. La LR non dà nessuna definizione, ma non nega. Ci sono stati
contatti e si è inviata della documentazione. Una recente normativa sui minori lascia intuire che non saremo riconosciuti. Anche qui abbiamo presentato una domanda di sperimentazione.

Campania.
Non vi è nessun riconoscimento della nostra CF. C’è il riconoscimento della Casa famiglia per i minori Delibera
711/04. Non ci sono mai stati contatti anche se vi sono nostre sedi.

Come vivere un’esperienza di volontariato nelle Case Famiglia della Comunità?

Essere Casa Famiglia della Comunità non è un’occupazione per operatori specializzati, ma una scelta di vita, con la convinzione che ogni persona ha diritto ad una famiglia in cui crescere e vivere, a qualsiasi età. È possibile prestare volontariato o fare un’esperienza di servizio civile retribuito, rivolgendosi alla segreteria di zona più vicina.

Cosa significa diventare Padrino o Madrina di una Casa Famiglia APG23?

Diventare Padrino o Madrina di una Casa Famiglia APG23 significa sostenere, in maniera continuativa, una delle tante Case Famiglie APG23 in Italia e nel mondo. Puoi diventare Padrino o Madrina offrendo il tuo sostegno continuativo con solo 67 centesimi al giorno, 20 euro al mese. Ci aiuterai a garantire accoglienza a persone che provengono da situazioni di disagio grave, con età, stati di salute e storie di vita tutte diverse tra loro. Puoi scegliere se donare la tua quota ogni mese, ogni 3 mesi, ogni 6 mesi o con un unico versamento annuale.

Perchè il sostegno continuativo è la modalità di aiuto che preferiamo?

Perché ci permette di programmare, con il tuo aiuto e il tuo sostegno, le nostre attività. È una promessa che ci permette di contare su di te per arrivare ad aiutare ad ancora più persone che, ogni giorno, bussano alla nostra porta.